Luisa Rota Sperti

LUISA ROTA SPERTI

La Schola del Bonduhãc


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.... Estratto da La Schola del Bonduhãc......

Dedicato ai bambini scomparsi nell'acqua del Vajont Il 9 ottobre 1963, alle ore dieci e quarantacinque... vorrei convincermi che se ne andarono nel sonno, senza accorgersi che la morte era venuta a prenderli. (Mauro Corona)

Luisa Rota Sperti

C'era una volta...
C'era una volta.
Così cominciano tutte le fiabe, ma non al paese di Sassi Lassù, dove serpeggiava la paura; quando la sera le nonne avvolte nei loro fazzolettoni neri si sedevano attorno al fuoco e raccontavano storie così terribili che non le chiamavano fiabe, perché le fiabe non fanno paura.
Raccontavano storie come fanno coloro che ricordano profezie, e il terrore dalle bocche arrivava alle orecchie e poi ai cuori; e dai cuori scendeva ai passi sorpresi ad attardarsi sui sentieri, nei boschi, nelle radure, al calar della sera, correndo a casa.

Si raccontava che la Schola del Bonduhuãc scivolando fuori dai cimiteri fluttuasse con stridii e bisbigli per la valle, attraversando i paesi, le strade, i campi. Una processione di facce bianche che si trascinava di casa in casa a stanare le proprie prede e sibilando calava sull'acqua ferma e sinistra addormentata nel fondovalle, pronta a divorare chiunque respirasse.
Chi veniva sorpreso non aveva scampo e poteva solo pregare, invocare pietà come non avrebbe mai più fatto in vita. Qualche volta, per caso o per destino, la Schola del Bonduhuãc non riusciva a portare via l'anima degli imprudenti colti nell'ombra della sera, ma nel paese le paure si accumulavano a paure, risvegliate dai quei poveri morti costretti ad essere cattivi per l'eternità...e più la notte era fonda e più la paura contagiava ogni cosa...

...e corre, corre la bambina verso la casetta calda, verso la luce del camino, verso le braccia della nonna che possono salvarla...fuori l'esercito delle ombre ondeggia tra gli alberi e inizia a bussare... TOC... TOC... TOC...
finisce di raccontare nonna Giacomina. Le nebbie di ottobre, fuori, cullano i monti, si sfrangiano a brandelli e strisciano su, su...fino al lago immobile.

TOC... TOC... TOC...fuori si sente un gocciolare continuo e si fa sempre più larga e scura l'ombra accovacciata da mesi sulle cime: per la nera signora si prepara un gran raccolto e, come falce, si sta prendendo l'ultimo spicchio di luna.
TOC... TOC... TOC...la civetta grida, chiama la notte, sbatte sui vetri e vuole entrare. Ma è così grande quell'ombra lassù e sempre più nera, il suo cappuccio ora copre tutta la montagna.

TOC... TOC... TOC...le gocce battono sui vetri sempre più gonfie, rigano i vetri con artigli fatti di lacrime, e ora un vento vien giù dai monti e brontola come mille tuoni, cresce come un'onda e scardina i catenacci, sfonda le finestre, entra nelle case e avvolge le cose e le persone col suo urlo di buio.

Nonna, nonnina, che paura, cos'è quest'acqua cattiva?
Nonna, nonnina, aiuto, l'acqua sfracella più della pietra
Nonna, nonnina, addio, l'acqua cattiva porta via noi piccolini, ci butta nel vento, ci semina nel fango.

E nel fango mescola tutto l'acqua cattiva, uomini e animali. Gatti, capretti e vitellini insieme ai bambini e alle nonne, con gli ultimi frutti dell'estate, i grappoli delle vigne e i primi crisantemi dei giardini.
L'ombra si prende tutto, agli uccelli della notte le ali non bastano a volare via...l'urlo inghiotte le grida.

Poi silenzio, le nonne affondate nei loro fazzoletti neri non pregano più, non cantano più, non raccontano più. L'ombra inghiotte, deglutisce e inghiotte le ultime scintille di piccole vite che si spengono come lucciole nel temporale. Quando il tetro sudario si rialza non c'è più niente: file interminabili di morti senza tomba vagano smarrite e non ci sono abbastanza sentieri e boschi e radure ad accoglierli quando l'ombra li vomita fuori in un inverno senza fine.
Alla Schola del Bonduhãc ora si unisce un infinito di niente, nei paesini solitari e giù nella valle le notti sono oscurate da quel niente.
Per anni e anni di buio decine e decine di ombre ogni notte scivolano fuori dalla massa liquida che per loro continuamente precipita e risale, corre e si spande come un velo nero, in una notte senza pace e senza sonno.
Solo gli alberi hanno pietà di quel nulla senza quiete. Con le loro radici succhiano la morte e la paura da quell'onda nera, poi germogliano e ridanno la vita alla valle dimenticata. La pietà degli alberi assorbe i piccolini, li tiene al caldo nel tronco, li culla fra i docili rami mentre altri anni passano veloci e qualcuno inizia a tornare...

TOC...TOC...TOC...e lo scalpello toglie via il legno dolce che docile si lascia accarezzare
TOC...TOC...TOC...e le guance, i capelli, gli occhi, le bocche che si delineano nelle venature prendono vita e iniziano a sussurrare
TOC...TOC...TOC...pulsano le ferite che affiorano, con i volti, nel legno

E di ramo in ramo, di fronda in fronda, il vento culla un racconto nuovo.
"Un ragazzo secco e stupito, di sasso e di legno, cresciuto lontano dalla valle, nei grovigli dolorosi del legno sa separare nodi e radici, accarezza le vene, le fa palpitare e crea un grande affresco di legno, nelle cui crepe lascia aperte le nostre ferite"
"Un ragazzo di sasso e di legno condannato a ricordare, e continuamente dovrà raccontare le nostre piccole vite di carne, di sangue, di peli e di piume"
"Un ragazzo di sasso e di legno che sa ascoltare le voci del bosco, lui sa vedere la vita che nascondono i nostri tronchi, lui solo capisce le nostre voci e sa riconoscere le nostre forme"

Luisa Rota Sperti

Guardatelo,
nel legno caldo ci ridà un corpo, il corpo che l'ombra ci ha strappato, lì possiamo finalmente riconoscersi e riposare
Guardatelo,
il nostro nuovo corpo fatto di legno in cui saremo custoditi e protetti; non ci saranno più né acqua né vento a strapparci via
Guardatelo,
lui resterà con noi per non dimenticare ciò che è stato, per tornare a raccontare, pascolando alberi, scalando pareti

E guardate
quella finta parete lassù, una lapide lunga e scarna, incrollabile barriera che non è servita a salvarci. Riposa il monte ferito dall'ombra e riposa il lago violato.
Noi riposiamo nelle piante nuove e antiche parlando la nostra lingua, leggendo le nostre vene. le ombre che posiamo ora sulla terra sono quiete: la Schola del Bonduhuãc non sorge più dalle tombe ne dal buio infinito; ora le nostre voci sono i sospiri delicati della notte

TOC...TOC...TOC...lo scalpello accarezza spalle e cosce, delinea visi e capelli, toglie e libera
TOC...TOC...TOC...lo scalpello toglie e libera e noi cresciamo dolci, tenaci, malinconici, astiosi, forti, delicati...come il legno di cui siamo fatti viviamo una vita nuova

La civetta ora vola sulla valle violata e chiama la notte per i pochi che sono tornati, per coloro che non vogliono dimenticare. Chiama la notte e il suo richiamo non è più richiamo di morte, ma è silenzio che scende ad avvolgere i sonni. Per il pastore degli alberi la civetta è ora un'amica, e veglia silenziosa sulla sua spalla di legno.

Luisa Rota Sperti

...da tutti quei morti emergono i volti dei bambini scomparsi nell'acqua del Vajont.
E la tristezza, nel suo perenne girotondo attorno ai fatti della sera maledetta, passa a visitarci portando con sè il sorriso di quei bambini e il ricordo della loro ultima estate
Mauro Corona (il volo della martora)



La Schola del Bonduhãc:

5 tavole: 4 piccolo formato + 1 (50x70)
Fiaba illustrata da un testo inedito.